QUASI UNA VITA

11 Mag 2018 - 13 Mag 2018
Nell'ambito della
XXV edizione del
Festival Fabbrica Europa
drammaturgia Stefano Geraci, Roberto Bacci
regia, scene e costumi Roberto Bacci
con Giovanna Daddi, Dario Marconcini, Elisa Cuppini, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini
interventi sonori a cura di Ares Tavolazzi
luci Valeria Foti
aiuto regia Silvia Tufano
assistente costumi Chiara Fontanella
allestimento Sergio Zagaglia, Stefano Franzoni, Fabio Giommarelli
scenografa pittrice Chiara Occhini
realizzazione costumi SabrinAtelier
foto di scena Roberto Palermo
si ringraziano Augusto Timperanza, Associazione Teatro di Buti, Marilù Mazzanti, Daria Castellacci
produzione Fondazione Teatro della Toscana
Orari 21.00, domenica ore 19.00

Lo spettacolo ha una durata di 65 minuti, atto unico.
Prezzi Intero 14€

Ridotto 12€
Over 65, Soci Arci, UniCoop Firenze, Controradio Club, Touring Club Italiano, ACI Firenze, Lungarno, Carta Istituto Francese Firenze, Carta Più / MultiPiù Feltrinelli, IREOS, Tessere Biblioteche Circuito SDIAF, Amici di Palazzo Strozzi, possessori biglietti, Abbonamenti e Smart Card Trenitalia, possessori biglietti e Abbonamenti ATAF & Li-nea e Busitalia, possessori del biglietto della Mostra “Nascita di una Nazione” a Palazzo Strozzi

Ridotto 10€
Under 18, studenti universitari, Polimoda, Accademia Belle Arti, IED, LABA Firenze, ISIA Firenze, iscritti scuole di danza, abbonati Teatro della Toscana, residenti Comune Scandicci
Quando:
13/05/2018 - 21:00–22:00
2018-05-13T21:00:00+02:00
2018-05-13T22:00:00+02:00

Scene dal Chissàdove

…un sasso, una foglia, una porta nascosta; di un sasso, una foglia, una porta.
E di tutti i volti dimenticati.
Nudi e soli siamo venuti in esilio. Nel suo oscuro grembo non conoscemmo il volto di nostra madre. Dalla prigione della sua carne siamo giunti all’indescrivibile, indicibile prigione di questa terra.
Chi di noi ha conosciuto il fratello?
Chi ha guardato nel cuore del padre?
Chi non è rimasto per sempre prigioniero?
Chi non è per sempre solo e straniero?
O immane desolazione, persi nei torridi labirinti, tra le stelle lucenti su questo tizzone esausto e spento, persi.
…un sasso, una foglia, una porta nascosta.
Dove? Quando?

Thomas Wolfe

Note di regia

Questa opera è una menzogna.

Perché la vita, malgrado i nostri sforzi e la buona volontà, è una menzogna a cui non sappiamo o possiamo opporre una verità.

Dopo mesi di domande e di confessioni raccolte dalla vita di Dario e Giovanna, abbiamo tentato di osservare, attraverso il riflesso della loro esistenza, noi stessi.

Il risultato è l’opera: Quasi una vita.

Dario e Giovanna si sono offerti, come amici e come colleghi per guidarci in questo viaggio che è una riflessione sull’amore, il teatro, la malattia, la vecchiaia e l’attesa della definitiva partenza per il Chissàdove.

Tradurre un bagaglio così ricco e pesante per renderlo in teatro è stato un insegnamento su come la scena può essere “filosofia in atti”.

Quasi una vita è un titolo che richiama una mancanza di pienezza perché una pienezza è impossibile senza la consapevolezza di un senso e di un significato.

Eppure in questa mancanza di pienezza, in questo “quasi” che tutti avvertiamo si nasconde un senso, un mistero da ricercare e svelare. Ed è la ricerca di questo mistero che ci rende vivi.

Qualcuno ha detto: “Ho trascorso tutta la mia esistenza in compagnia di qualcuno che non conoscevo”.

Risvegliare questo qualcuno, incontrarlo, interrogarlo, diventarne finalmente amico è uno dei compiti del teatro in cui mi riconosco.

Così accade nelle prove, così può accadere sulla scena quando incontriamo lo spettatore.

Roberto Bacci 

Note del drammaturgo

Ogni sera un congedo

Se fosse stato cinema, questo spettacolo si sarebbe potuto ascrivere al genere biopic, quella fiction che si fonda su biografie reali, oggi di nuovo in voga e in alcuni casi con esiti molto suggestivi. La preparazione, almeno, è stata analoga. Abbiamo raccolto e registrato i racconti biografici di Dario Marconcini e Giovanna Daddi, attori e amici di lunga data con una intensa storia di teatro e vita in comune lunga quasi sessant’anni.
Il motivo di questa scelta non è stato però quella di raccontare le loro vite, ma di attraversarle insieme.
Avevamo alcune domande con noi.
Cosa resta delle nostre vite quando ci volgiamo indietro e ci chiediamo: cosa abbiamo combinato? E il teatro ci concede un tempo per intravedere un disegno nei passi che abbiamo compiuto e che casomai abbiamo calpestato maldestramente senza neanche accorgersene?
Forse la parola più adatta per descrivere questo lavoro è «congedo», così come si usa nella poesia in forma di canzone: quei versi finali in cui l’autore rivolgendosi a se stesso chiede ai lettori di farsi carico dell’ombra del poeta, attraverso la vita dei suoi versi.
Lo spettacolo teatrale però non può fissare per sempre il momento del commiato. La sua virtù è altrove: creare una forma fatta apposta per sparire, ogni sera, di fronte agli spettatori. Se va bene, saranno loro a far viaggiare quel che resta di una esistenza nella loro memoria, e se un disegno esisteva, saranno gli spettatori a scoprirlo perché avrà provocato un’eco, una assenza, un’intima complicità con le loro vite.
Le scene di Quasi una vita raccolgono e compongono gesti e parole dispersi in una storia d’amore, nel presentarsi della vecchiaia, nell’incerto confine che separa la malattia dalla salute, in abitudini e memorie teatrali che scavano i corpi ma che illuminano il passare del tempo con l’intensità di chi ancora ha il coraggio e l’incoscienza di voler debuttare nella vita.
Quando raccoglievamo i racconti che avrebbero fornito le tracce dello spettacolo e del compito degli attori che li avrebbero accompagnati sulla scena, Dario e Giovanna hanno chiesto a noi, intrufolati nelle loro vite mentre con generosa cautela ce le affidavano, se molte storie o storielle in cui vita e teatro erano inestricabilmente impastate fossero superflue o addirittura ridicole.
Forse sì.
Ma forse il teatro è sempre ad un passo dal ridicolo. Perché la dedizione di una vita non sembra valerne la pena, perché pretende di muovere ombre troppo più grandi delle mani che ha a disposizione, perché agisce «come se» potesse trasformare la realtà: fino a quando può capitare che, per vie impreviste, ci commuove perché per un attimo, in un fuggevole frammento, è arrivato alla verità.

Stefano Geraci