ZOOM FESTIVAL 2016 | XI edizione

8 giorni di teatro, danza e performance, 2 eventi speciali, 1 anteprima, 1 prima nazionale, 12 formazioni artistiche tra le più rappresentative d’Italia: Fosca, Gogmagog, Motus, Menoventi, Gruppo M.U.D, pupilunari/Hermit Crab, Maniaci D’Amore, Teatro della Maruca, Babel Crew, Fibre Parallele, inQuanto teatro, Guinea Pigs.

Da undici anni è un’esplorazione indefessa e ininterrotta nei territori del nuovo, o dello sperimentato che si rinnova. Zoom Festival affronta una nuova fase della sua esistenza sotto l’insegna del Teatro della Toscana, gestore da gennaio del Teatro Studio ‘Mila Pieralli’. Il Festival è come sempre forgiato e condotto da Giancarlo Cauteruccio, che ne è anche l’ideatore. In tutti questi anni ha dipinto un ciclorama della scena teatrale italiana e dei suoi fermenti, e non rinuncia a questa missione anche nell’undicesima edizione.

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ALGORITMO MON AMOUR!

Opporre sentimento, passione, bellezza, poesia ad una realtà numerica della quale anche ogni istituzione culturale è costretta ad avvalersi per scegliere, selezionare, affidare favorendo così la quantità a discapito della qualità, questo nell’arte e in particolar modo nel teatro è molto pericoloso.

Intitolare il festival ALGORITMI è una denuncia. Scrivere nel sottotitolo numeri di teatro recente, invece che spettacoli di teatro contemporaneo è un allarme necessario.

ZOOM festival si conferma come panoramica nazionale del teatro di nuova generazione con attenzione alle realtà teatrali fiorentine, molte delle quali proprio al Teatro Studio sono nate e hanno sviluppato il loro percorso.

Il festival si apre con ON THE FLOOR – FOSCA PARTY, un’intera serata di teatro, danza, musica, performance, dj set per festeggiare i 10 anni di carriera dell’artista Caterina Poggesi e dei suoi compagni di viaggio.

Una festa per un’artista sensibile che proprio al Teatro Studio ha mosso i suoi primi passi.

Altro appuntamento significativo sarà quello con GOGMAGOG, compagnia nata anch’essa al Teatro Studio e che oggi vive un bellissimo sodalizio artistico con l’autore e regista Virginio Liberti che nello spazio di Scandicci ha svolto tanta attività creativa e formativa.

Il 25° anno di ricerca di MOTUS, uno dei più importanti gruppi teatrali italiani e internazionali, sarà presente con una Video Performance di e con Daniela Nicolò e Enrico Casagrande, proprio al Teatro Studio dove hanno presentato la maggior parte delle loro creazioni, festeggiando con il loro numerosissimo pubblico toscano l’importante traguardo.

INQUANTO TEATRO un gruppo molto legato al Teatro Studio presenterà un lavoro inedito creato appositamente per il festival. Chiude le presenze degli artisti fiorentini il giovanissimo Gruppo M.U.D di danza performance con un freschissimo lavoro che coniuga poeticamente corpo e tecnologie.

Le compagnie del panorama nazionale da FIBRE PARALLELE, con la premiatissima Licia Lanera, ai giovanissimi e bravissimi MANIACI D’AMORE; da GUINEA PIGS, con un particolare lavoro sull’attore e sulla drammaturgia contemporanea, a PUPILUNARI/HERMIT CRAB, una formazione al femminile dalla raffinata estetica di scrittura scenica.

Poi due compagnie del sud con i siciliani BABEL CREW e i calabresi TEATRO DELLA MARUCA, dirompenti testimoni di una condizione meridionale che caratterizza fortemente la loro poetica.

Infine, ma non meno importanti, i romagnoli MENOVENTI con un particolare progetto giocato tra cinema e teatro nel quale anche il pubblico sarà coinvolto.

Insomma una rassegna che cerca di raccontare il valore delle diversità: geografiche, stilistiche, drammaturgiche per fare il punto di ciò che il teatro di nuova generazione sta cercando di raccontare, denunciare o innovare.

Certo non posso nascondere che questa edizione 2016 è per me un’edizione di transito che chiude un anno non semplice nel quale ho lasciato dopo 25 anni il Teatro Studio e nel quale assisto dolorosamente al dissolvimento della mia compagnia TEATRO STUDIO KRYPTON determinato proprio da un ALGORITMO.

Ma così come ho sempre fatto continuerò a lottare e a innovare nei territori dell’arte. Intanto già ho pensato alla XII edizione di Z00M, nel 2017 che si intitolerà “PIRANDELLO LIBERO” per stimolare giovanissimi artisti a misurarsi liberamente con il grande drammaturgo nell’anno in cui si celebreranno i 150 anni dalla nascita di Luigi Pirandello.

Giancarlo Cauteruccio

25 Nov 2016 ON THE FLOOR – FOSCA 10°

Evento speciale

FOSCA celebra i suoi 10 anni di attività nel luogo che da sempre ha ospitato le sue creazioni, coinvolgendo artisti e collaboratori storici per ricreare le atmosfere che ne hanno caratterizzato il percorso artistico.
Gli ospiti saranno i protagonisti della serata: FOSCA metterà a disposizione il ‘camerino’, per mascherarsi con i costumi e oggetti di scena degli spettacoli.

ore 20.45   2BEE performance danza contemporanea di Kirillov/Fosca
ore 22.00   concerto Jennifer Woods Orchestra a seguire dj set

La poliedrica attività di FOSCA è giunta al suo decimo anno di attività e celebra questo anniversario nel luogo che da sempre ha ospitato le sue creazioni, coinvolgendo artisti e collaboratori storici, per ricreare le atmosfere che ne hanno caratterizzato il percorso artistico.
La serata pensata da Caterina Poggesi come momento di incontro diventa un’occasione per stare insieme. L’invito è rivolto quanti e quante di voi hanno negli anni partecipato e reso possibile il percorso artistico. Vorremmo che ON THE FLOOR – FOSCA 10° fosse una serata evocativa durante la quale le atmosfere foschiane potessero manifestarsi prendendo vita all’interno degli spazi del Teatro Studio. 
Il motto ‘On the Floor’ rappresenta per FOSCA un messaggio di grande vitalità che desideriamo condividere in questa circostanza per ribadire lo spirito, l’energia, lo stupore e la follia che ci ha guidato in questi 10 anni“.
FOSCA

26 Nov 2016 INFINITA GUERRA ITALIANA

Infinita guerra italiana è un dato di fatto davanti al quale siamo chiamati a prendere posizione. Possiamo aderire e prendere parte alla guerra o disertare, ma non possiamo fingere di ignorarla. Quattro battaglie, quattro atti unici, scritti da Virginio Liberti e diretti da Tommaso Taddei, della durata di venti minuti ciascuno, che abitano due spazi. Con Cristina Abati, Rossana Gay, Johnny Lodi, Ciro Masella e lo stesso Tommaso Taddei.

Uno stato di conflitto permanente, di guerra perenne, dimora nelle pieghe più intime della nostra società, all’interno dei rapporti che ci legano l’uno all’altro, dandoci l’impressione di avere sempre un nemico da distruggere. Con il nemico non c’è dialogo, non c’è accordo possibile, è guerra. Non si tratta dei conflitti globali che insanguinano aree sempre più vaste del pianeta, non delle crociate contro migranti, profughi e poveri che di queste guerre sono il risultato, non delle lotte tra organizzazioni criminali, né di quelle economiche tra poteri finanziari. Si tratta, piuttosto, di una cultura dell’aggressività, del ricatto, della sopraffazione talmente radicata da sembrare connaturata all’esistenza, in un contesto dove il confine tra vittima e carnefice diventa labile, quasi superfluo. Un dato di fatto davanti al quale siamo chiamati a prendere posizione. Possiamo aderire e prendere parte alla guerra o disertare, ma non possiamo fingere di ignorarla.

Infinita guerra italiana si articola in quattro battaglie, quattro atti unici della durata di venti minuti circa che abitano due spazi. La prima e seconda battaglia avvengono nello stesso luogo senza intervallo tra le due, così come la terza e la quarta battaglia.

PRIMA BATTAGLIA | ore 20.45
Tommaso Taddei
NON È QUEL CHE SEMBRA
di Virginio Liberti
regia Tommaso Taddei


SECONDA BATTAGLIA
Cristina Abati e Johnny Lodi
DURANTE IL CARNEVALE
di Virginio Liberti
scena realizzata da Alberto Fantini
regia Tommaso Taddei


TERZA BATTAGLIA | ore 21.45
Ciro Masella
S. M.
di Virginio Liberti
voci di Carlo Salvador e Alessandra Comanducci
regia Tommaso Taddei


QUARTA BATTAGLIA
Rossana Gay
SOLO UN PUGNO D’AMORE
di Virginio Liberti
regia Tommaso Taddei

27 Nov 2016 MOTUS

Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande celebrano al Teatro Studio i 25 anni di carriera dei MOTUS con una videoperformance.

La compagnia Motus è stata fondata nel 1991 da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò. Da allora è continuo il tentativo di espandere, dilatare, contaminare l’esperienza teatrale oltre i confini fra i generi. Motus ha sempre scolpito i propri progetti agendo e reagendo ai fatti del quotidiano, nutrendosi delle contraddizioni del contemporaneo, traducendole, facendone materia attiva di riflessione e provocazione anche attraverso il prolifico dialogo con alcuni grandi classici del teatro.

Dopo un lungo periodo di produzione in cui s’intrecciano influenze di vari autori quali Genet, Ballard, Pasolini, De Lillo, Fassbinder, con gli ultimi progetti ha indagato grandi classici per prendere di petto questioni brucianti della quotidianità. Nel 2008 si inaugura il progetto ‘Syrma Antigónes’, entro il quale si collocano tre Contest – performance intese come confronto tra soli due attori – e Alexis. Una tragedia greca (2010), presentato, tra l’altro, con grande successo di critica e pubblico al Festival TransAmérique di Montréal e a Under The Radar, New York e in tanti prestigiosi teatri e rassegne tra Europa e Sud America. Da anni, infatti, la compagnia è protagonista di importanti tournée internazionali. Nel 2011 si apre ‘AnimalePolitico Project’ con The plot is the revolution, incontro scenico tra due Antigoni: Silvia Calderoni, storica attrice della compagnia, e l’indomita Judith Malina del Living Theatre. Di questo percorso fanno parte le produzioni Nella Tempesta (2013) e Caliban Cannibal (2013). Nell’estate 2015 MDLSX apre un nuovo fronte di ricerca sul confine/conflitto con le “diversità” con il progetto che porterà al debutto nel 2018 di Black Drama (un musical tragico) ispirato (anche) agli Appunti per un’Orestiade africana e Pilade di P.P.Pasolini.

29 Nov 2016 PERDERE LA FACCIA

Perdere la faccia è un progetto di Menoventi che prevede la proiezione di un corto da loro prodotto e diretto da Daniele Ciprì, a cui segue un incontro/performance dal titolo Una questione di prospettive.

Il fatto è che ad un certo punto la tirannia della prospettiva ci isola.

Noi umani, s’intende. Magari i personaggi di un film vivono in un altro modo, magari loro non sono prigionieri di un determinato punto di vista. Del resto, la loro vita è una finzione dichiarata. Noi invece non potremmo proferire parola senza mentire; quella stramaledetta inquadratura sul mondo che chiamiamo percezione ci obbliga alla solitudine ed alla menzogna. Però…

Forse si potrebbe tentare di raggirare il raggiro inquadrando l’inquadratura e trasformando così la finzione quotidiana in truffa sottile. In questo modo, almeno, la menzogna si farebbe esplicita, pulita, bianca come lo schermo del cinema.

Proprio questa ricerca di sincerità è la causa generatrice dell’avventura che coinvolge le tre figure principali del cortometraggio, interpretate da attori-cavie che fanno i conti con una regia spietata ed ipnotica, ma allo stesso tempo anche fantastica ed ironica.

Illusioni di ogni genere fanno parte del cammino dei protagonisti, strani esseri che nell’autismo troveranno la purificazione e nell’obbedienza l’unica strada percorribile per raggiungere una verità altrimenti inconcepibile. Perdere il ruolo per consunzione, gettare la maschera come si getterebbe la spugna, perdere l’identità, perdere il senno, perdere tutto.

Perdere la faccia”.

Gianni Farina

29 Nov 2016 NERA CHE PORTA VIA

Il sangue, il delitto, la follia, l’infernale tradimento dei propri cari e parenti… Ne parliamo troppo adesso o ne abbiamo sempre parlato? Quanti secoli sono stati allietati dalla passione umana per il morboso? Un viaggio teatrale, un’originale conferenza-spettacolo di Luciana Maniaci e Francesco d’Amore su quando si uccide per non diventare adulti, perché non si riesce a provare emozioni o perché il senso della vita è incerto e lontano. Di e con Luciana Maniaci e Francesco D’Amore.

Dove c’è un morto c’è una storia, e lo sa bene la letteratura che, da Fëdor Dostoevskij a Émile Zola a Truman Capote, ha sempre attinto a piene mani dalla cronaca nera. Ma ci sono tanti modi di raccontare un crimine: alcuni scavano in profondità, verso le ragioni delle vite interrotte, altri restano nella superficie dei corpi violati.

Nera che porta via è la narrazione di due terribili fatti di sangue che diventa il pretesto per una riflessione sul meccanismo stesso della morbosità, un’indagine psicologica sulle radici del male e un esperimento teatrale originale sul confine tra racconto e immersione estetica. Sono due storie con al centro adolescenti. Ragazzi di 16, 18, 20 anni. Ragazzi che hanno ucciso.

Una sera d’inverno del 1975 Doretta Graneris, una ragazza di Vercelli di diciott’anni e tre giorni, andò a trovare i genitori, insieme al suo fidanzato, Guido. Erano gli anni della liberazione dei costumi, delle rivendicazioni delle donne e dei diritti della gioventù. Doretta respirava quel vento nuovo, voleva diventare un’artista e vivere libera. Quella sera i membri della sua famiglia erano intenti a guardare la televisione, un varietà spensierato con protagonista Macario. Doretta li guardava e nella sua mente inquieta, incrinata, vedeva un mondo vecchio, opprimente e grigio, deciso a spegnere in lei ogni vitalità. Quella sera c’erano la madre, il padre, i due nonni e il fratellino di 12 anni. Nessuno scamperà alla furia delle pallottole.

Negli anni ‘90 invece, nell’hinterland milanese, una compagnia di amici, appassionati di death metal, inizierà a confondere l’immaginario di quelle canzoni brutali per la realtà.

Inizierà a parlare di demoni, di riti, di sacrifici. Lentamente il gruppo stringerà le proprie maglie attorno al proprio delirio fino a dar vita alle “Bestie di Satana”. È l’inizio di quello che viene considerato dai media internazionali come il fatto di sangue italiano più atroce dal secondo dopo guerra. Hanno dai 16 ai 26 anni, famiglie sofferte, storie di droga e una vita senza direzione. Durante il lungo spaventoso processo che li vedrà protagonisti uno di loro dirà “ci volevamo bene come fratelli, suonavamo insieme, eravamo ragazzini, abbiamo finito per ucciderci tra noi come animali”.

Due pezzi neri di storia italiana. Un viaggio teatrale su quando si uccide per non diventare adulti, perché non si riesce a provare emozioni o perché il senso della vita è incerto e lontano. In Nera che porta via i Maniaci D’Amore, coppia di attori e drammaturghi formata da Luciana Maniaci e Francesco D’Amore, dipanano il filo rosso di questi fatti senza luce né ragione, guidandoci nel cuore della nostra passione “troppo umana” per il male.

Il sangue, il delitto, la follia, l’infernale tradimento dei propri cari e parenti… Ne parliamo troppo adesso o ne abbiamo sempre parlato? Quanti secoli sono stati allietati dalla passione umana per il morboso? Per quanto ancora ci terrà compagnia?

30 Nov 2016 GIOVANNA D’ARCO – LA RIVOLTA

Rappresentato per la prima volta in Italia, Giovanna d’Arco – La rivolta di Carolyn Gage immagina la Pulzella d’Orleans raccontarci in prima persona la sua infanzia, l’adolescenza, le sue esperienze con i più alti livelli della Chiesa, dello Stato e delle armate militari. Con Valentina Valsania, regia di Luchino Giordana e Ester Tatangelo.

Vincitore del Lambda Literary Award in Drama, Giovanna d’Arco – La rivolta è il testo d’esordio di Carolyn Gage, drammaturga, performer, regista e attivista.

Giovanna d’Arco ha condotto alla vittoria un esercito a diciassette anni. A diciotto è stata l’artefice dell’incoronazione di un re. A diciannove si è scagliata contro la Chiesa Cattolica e ha perso. In Giovanna d’Arco – La rivolta Giovanna è anoressica. Un’adolescente in fuga da un padre violento e alcolizzato, da un destino di moglie e madre, che già aveva segnato la madre e la sorella. Giovanna muore per il diritto di indossare abiti maschili, è una ribelle, irriverente, più scaltra dei suoi giudici, impenitente e incrollabilmente fedele alla propria visione.

Giovanna ritorna per condividere la sua storia con le donne contemporanee. Racconta la propria esperienza e smaschera la brutale misoginia che sta dietro le istituzioni maschili. Trasformare la vergogna in orgoglio, il dubbio in convinzione militante, e l’odio in un’esplosione di rabbia contro un sistema determinato a mettere le donne l’una contro l’altra, ma soprattutto contro se stesse.

30 Nov 2016 SMALL TALK

ANTEPRIMA NAZIONALE

Small talk del Gruppo M.U.D. è un progetto sperimentale che intende riflettere sull’attuale dinamica delle relazioni umane, in particolare il rapporto con la tecnologia. L’utilizzo dell’oggetto tecnologico dà luogo a vere e proprie ritualità moderne, nuovi linguaggi, verbali e non verbali, nuovi modi di attribuzione di valore alla dimensione spazio/temporale. Regia, coreografia e interpretazione di Martina Belloni, Maria Vittoria Feltre, Susannah Iheme, Francesca Valeri.

Le nuove forme di comunicazione rappresentano al tempo stesso un formidabile strumento che apparentemente “libera” l’uomo, semplificando le azioni che deve compiere, riducendo tempi e spazi, avvicinando le persone attraverso l’essere in continua “connessione” con gli altri. Ma è davvero così? Che valore ha il tempo che è stato guadagnato dall’uomo in virtù della tecnologia? Essere “connessi” continuamente con gli altri vuol dire davvero stare-con-l’Altro? Quali valori assumono i rapporti tra le persone nell’era degli smartphone?

Conversazioni e relazioni umane diventano quindi un grande Small talk in spazi aridi, finti, sintetici, di scarso interesse e contenuto, dove si vorrebbe interagire senza avere nulla da comunicare. Small talk ha in sé anche un’accezione tecnico-informatica, riferendosi ad un linguaggio di programmazione orientato alla simbiosi dell’umano con il calcolatore. Da qui nasce la necessità di parlare di un tema attuale e riconoscibile, instaurando nel pubblico una riflessione sul rapporto tra la dimensione reale e quella virtuale.

Spesso non viviamo il momento corrente: il paradosso è che in presenza di un interlocutore “reale” la nostra attenzione è incanalata verso una platea di interlocutori virtuali, con un conseguente abbassamento della qualità delle conversazioni e dei rapporti umani, che rimangono superficiali, esaurendosi in getti di parole, icone, immagini.

Small talk rappresenta al contrario un progetto dove arte, scienza e tecnologia collaborano in un proficuo connubio, dando avvio a una forma sperimentale di produzione che richiede nuovi paradigmi interpretativi. I performer coinvolti sono infatti danzatori, ma anche visual e video artist, musicisti, in una collaborazione avviata fin dalla fase iniziale d’ideazione.

1 Dic 2016 BOLLARI

Il lavoro della compagnia Teatro della Maruca resta fedele a un teatro che sta nel pubblico con un certo tipo di sacrificio. In Bollari la ricerca si muove nei confronti del passato con un atteggiamento vitale, dettato da una curiosità onnivora, che guarda in tutte le direzioni, senza paraocchi. Una narrazione misteriosa e suggestiva come fiabe d’altri tempi, in una lingua che inventa se stessa nel dipanarsi degli eventi, dove tutto si traduce in parola. Di e con Carlo Gallo.

Sulle coste desolate del Mar Jonio, immersi nel silenzio tra i colori della macchia mediterranea, è divenuto sempre più raro assistere a quel miracolo che avveniva tra i pescatori e il mare, un fenomeno che veniva indicato col il termine “bollari”. Una parola antica tradotta nel suono gutturale dei pescatori per annunciare l’avvistamento dei tonni a largo delle coste, un urlo di gioia a cui seguivano lanci e fragori di bombe in mare, una pratica illegale per ricavare più pesce possibile in poco tempo e sopperire ai lamenti dello stomaco.

Bollari narra la contesa di mare tra due anziani pescatori e le vicissitudini di quella che fu la “Cecella”, il miglior peschereccio dello Jonio, negli anni del fascismo fino alle porte della seconda guerra mondiale. Tratto da racconti orali di anziani calabresi, Bollari è una storia di mare che si chiude sopra il deserto dei valori di un mondo travolto dal regime e dalla guerra.

La recitazione è scandita dalla respirazione e dalla gestualità ricercata, dalla musicalità di una lingua, arcaica, poetica, ma comprensibile a tutti, di fronte alla quale è impossibile non farsi travolgere e affascinare. Come sottofondo il rumore languido della spuma del mare, quel mare di gioie e di dolori, su cui si riversano la fame e la miseria del tempo. Quel mare su cui i personaggi rinnovano il proprio spirito e battono i remi – forse – alla conquista della propria libertà.

Una narrazione misteriosa e suggestiva come fiabe d’altri tempi, in una lingua che inventa se stessa nel dipanarsi degli eventi, dove tutto si traduce in parola.

1 Dic 2016 1,2,3… CRISI

1,2,3…Crisi, secondo capitolo della Trilogia di una Crisi di Babel Crew, vuole affrontare l’impatto della crisi economica sulla nostra quotidianità, per cercare, insieme, di immaginare soluzioni e modelli creativi di sviluppo. Un progetto di Gabriele Cappadona e Giuseppe Provinzano. Con Sergio Beercock e lo stesso Provinzano.

Così come “il singolo” può incidere sui meccanismi socio economici solo se insieme ad “altri singoli”, così 1,2,3…Crisi è costruito perché tali meccanismi vengano svelati, su una drammaturgia “modulare” e interattiva, che dà agli spettatori la possibilità di scegliere per il protagonista: 3 scelte drammaturgiche, 22 possibili sviluppi diversi e 12 differenti finali. È la platea a decidere per il protagonista, determinando la storia e il suo stesso carattere. Un gioco teatrale e drammaturgico divertente e coinvolgente su importanti temi quotidiani: la crisi, l’economia, il rapporto con il denaro. La variabilità della drammaturgia e l’attitudine scenica del lavoro lo rendono quindi adatto ad ogni fascia di età, ai bambini, agli adolescenti, agli adulti.

Al centro della narrazione 1,2,3…Crisi c’è la “crisi” economica e personale di Alexis, un giovane alle prese con la gestione di un’attività commerciale. Alexis, si confronta e scontra con il Dio Denaro in carne ed ossa, che di volta in volta assume i panni di tutti quei personaggi che ne rappresentano l’essenza: direttori di banca, consulenti finanziari, debitori e creditori. Sarà il Dio Denaro, che governa la vita e i sogni di Alexis, a rivolgersi al pubblico, sfondando la quarta parete e coinvolgendolo nella ricerca di possibili risoluzioni della crisi. Parlerà col pubblico: insieme decideranno della sorte e di Alexis e dello spettacolo.

2 Dic 2016 ORGIA

Orgia di Pasolini, diretto e interpretato da Licia Lanera, è la tragedia di chi non sa stare al mondo. Negando la sua definizione (non più tre, ma due: uno che è sia Uomo che Donna, più una ragazza), la cofondatrice della compagnia Fibre Parallele è un’unica voce e un unico corpo che racconta l’impossibilità di un essere umano a sottostare a certe leggi sociali, a subire l’inganno della lingua, a imprigionare il corpo in azioni ripetitive, sempre le stesse nel corso della storia.

Ci sono due mondi: uno fatto di paesaggi sconfinati, consolazioni, sorrisi sicuri, inconsapevolezza e armonia, alberi di gelsi, antenati: ′Il mondo era così da almeno dodicimila anni’.

E un altro, quello della camera dei due sposi, fatto di violenza e paura, di piacere e rimorsi. L’uomo e la donna riescono veramente a comunicare tra loro solo attraverso il linguaggio del corpo, il più violento. Questo gioco sadomasochistico della coppia è pretesto per parlare del rapporto della diversità, esistenziale, con la storia; e a questa tragedia esistenziale, si associa una riflessione sul linguaggio, cioè la negazione della lingua parlata in favore di quella del corpo.

Ne ho fatto un unico ragionamento chirurgico e straziante su come è costretto ad affrontare la propria esistenza chi non riesce in nessun modo ad essere dalla parte del potere, e attraverso il rito della violenza, da entrambi accettato, voluto e desiderato, cerca di sfuggire ai meccanismi della storia.

Questa figura, in sottana e cappuccio, è un corpo e una voce che non trova il proprio posto dentro la società e ragiona e scalcia, piange, ferisce, si nasconde, si offre e alla fine muore. Muore due volte, muore un’infinità di volte. Si ammazza. Poiché solo nella morte si concretizza la volontà di essere liberi”.

Licia Lanera

3 Dic 2016 ELIZABETH

PRIMA NAZIONALE

Alla fine lei muore. Elizabeth presenta ipotesi, ricostruzioni, versioni, ma il risultato non cambia: alla fine lei muore. Lei, Elizabeth. Una ragazza come tante. La protagonista di un caso di cronaca nera. Uno spettacolo di inQuanto teatro. Con Giacomo Bogani, Francesco Michele Laterza, Diletta Oculisti, Floor Robert.

Un fatto di sangue qualunque, una morte senza spiegazioni. Il caso diventa il pretesto per una narrazione scatenata da quello che sembra il presentatore di un programma tv, tipo Blu Notte o Belle da morire, Sangue del tuo sangue o Amore criminale. Un programma qualunque. Così, un passo dopo l’altro, il narratore ricostruisce la vicenda della ragazza, a partire dalla fine. La scena si popola di versioni della storia e di sosia della protagonista. Anzi, dei protagonisti. Perché narrare non è un fatto neutrale e lo speaker diventa esso stesso vittima – oppure carnefice – della storia che vuole raccontare.

Il testo di Andrea Falcone si ispira a quello che è ormai diventato un genere spettacolare: la docu-fiction televisiva, il racconto retorico e sensazionale di “storie vere”. Il music-producer Manuele Atzeni si è ispirato invece a colonne sonore di classici film di tensione per confezionare un paesaggio sonoro suggestivo e disturbante. In scena, si alternano nel ruolo dei protagonisti, attori e performer, esplorando una varietà di registri. Viene qui presentato per la prima volta il risultato di un percorso produttivo avviato da inQuanto teatro nel 2016, sviluppato anche grazie al rapporto di residenza artistica avviato con Le Murate. Progetti Arte Contemporanea.

3 Dic 2016 ATTI DI GUERRA

Atti di Guerra – versione ridotta del Trittico della Guerra – è il primo progetto artistico dei Guinea Pigs. L’interesse per i temi d’attualità e di cronaca trova forma scenica nell’incontro e nello scontro con i materiali e le forme della tradizione teatrale. Ideazione e regia di Riccardo Mallus. Di e con Letizia Bravi, Marco De Francesca, Francesco Martucci, Federico Meccoli.

Atti di Guerra, prendendo spunto da due testi goldoniani di ambientazione militare, indaga le guerre contemporanee nascoste e invisibili che la nostra società non vede o non riconosce come tali. Violenza gratuita e social-bullismo, il corpo della donna come territorio di conquista, sono i temi d’indagine di questo dittico contemporaneo articolato in due quadri autonomi: due testi originali accomunati da una visione scenica estremamente fluida fondata sullo stretto rapporto tra recitazione, composizione sonora, drammaturgia e movimento.

UN ANGOLO DI BUIO
I protagonisti del primo quadro sono due ragazzi, battezzati dall’autore Arlecchino e Colombina. Stanno insieme, ma nessuno lo deve sapere. Una sera si danno appuntamento nel parchetto vicino casa di Colombina, dove, tra giochi e baci, si fa buio. Con il buio il parco diventa territorio di una gang del luogo che prende di mira Arlecchino: il capo e i suoi lo sottopongono al battesimo dell’alcool, gli offrono dei soldi e lo arruolano nella gang. Ma quello che inizia come un gioco diventa ben presto un ultimatum: “con noi o contro di noi”.

LA REGOLA DEL BRANCO
Il secondo quadro è ambientato nella cucina di un appartamento in affitto, una desolata terra di nessuno, dove tre anonimi trentenni bevono e giocano. Hanno ordinato su internet una escort a domicilio per un’orgia low cost. Quello che non sanno, però, è che lei ha un protocollo da seguire e che nasconde un segreto che sperimenteranno sulla loro pelle. Così il corpo di questa donna, senza nome né storia, di amplesso in amplesso diventa terreno di battaglia per fantasmi, paure, ossessioni e desideri.